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HIV · Il white paper «Prevenzione dell’HIV in Italia» promosso dalla Fondazione Mesit

In Italia 15.000 persone vivono con l’HIV senza saperlo. Il white paper: con le strategie di prevenzione e le risorse già disponibili si può cambiare la traiettoria dell’epidemia

Nel nostro paese, 6 diagnosi su 10 arrivano tardi, e l’infezione pesa per quasi 1 miliardo di euro l’anno. Il documento propone un’agenda di raccomandazioni operative per il sistema di prevenzione italiano.

Nel 2024 in Italia sono state segnalate 2.379 nuove diagnosi di HIV, e 6 su 10 sono arrivate quando il sistema immunitario era già compromesso. La PrEP, la profilassi pre-esposizione (cioè l’uso di farmaci antiretrovirali da parte di persone HIV-negative per prevenire l’infezione), è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale dal 2023, ma resta confinata nei reparti ospedalieri e raggiunge soprattutto chi è già vicino ai servizi. È la fotografia che emerge dal white paper promosso dalla Fondazione Mesit (Medicina Sociale e Innovazione Tecnologica), che mette a sistema i dati epidemiologici, clinici ed economici disponibili e propone raccomandazioni operative, a livello nazionale, regionale e locale, per una prevenzione dell’HIV più accessibile, vicina alle persone e sostenibile per il Servizio Sanitario Nazionale.

UN’EPIDEMIA CHE NON ARRETRA

Dopo il minimo del 2020 le nuove diagnosi sono risalite fino al 2023 e si sono stabilizzate nel 2024 (4,0 casi ogni 100.000 residenti). I rapporti eterosessuali pesano ormai più di quelli tra uomini che fanno sesso con uomini (46,0% contro 41,6%): il rischio non riguarda più soltanto le popolazioni a cui la prevenzione si è rivolta finora. Le persone che vivono con l’HIV sono circa 150.000, una popolazione che invecchia e porta con sé una crescente complessità assistenziale.

La diagnosi tardiva è il nodo più critico: comporta una perdita di aspettativa di vita stimabile in almeno dieci anni, nonostante l’efficacia delle terapie, e costi più elevati per il sistema. Per anticiparla, il white paper indica di portare il test fuori dagli ospedali: in pronto soccorso, negli ambulatori di medicina generale, nei consultori, nelle farmacie e nei contesti comunitari, fino al testing di strada. Il problema non è solo italiano: nel 2023 la Regione europea dell’OMS ha registrato quasi 113.000 nuove diagnosi, oltre la metà delle quali tardive, e l’Europa non è in linea con gli obiettivi UNAIDS 2030, che puntano a diagnosticare, trattare e portare a carica virale soppressa il 95% delle persone con HIV.

LA PREP C’È, MA NON ARRIVA A TUTTI

La rimborsabilità della PrEP, introdotta nel maggio 2023, ha segnato una svolta, ma l’utenza è composta soprattutto da uomini che fanno sesso con uomini, residenti in città e con un’elevata alfabetizzazione sanitaria, mentre donne, persone eterosessuali e migranti restano sottorappresentati. Il percorso passa quasi solo dai centri ospedalieri, con tempi di attesa, orari e distanze che pesano soprattutto in provincia e nelle periferie.

La diffusione della PrEP in Italia è inoltre limitata da una significativa carenza di informazione e dallo stigma sociale, che ostacolano il lavoro degli operatori sanitari e la promozione istituzionale. A ciò si aggiungono disomogeneità territoriali e barriere economiche, con i costi dei test di monitoraggio spesso a carico dei pazienti e l’esclusione di alcune categorie, come chi possiede il codice STP o le donne nei consultori.

In questo quadro si inseriscono le nuove formulazioni long-acting della PrEP, una delle quali è stata indicata dalla rivista Science come «Breakthrough of the Year 2024». Riducendo la frequenza dei contatti con i servizi, possono rappresentare un’occasione per estendere la prevenzione proprio a chi oggi resta fuori: persone senza dimora, persone detenute, persone transgender e sex worker, che possono essere raggiunte tramite associazioni e unità di strada, e donne, per le quali la prevenzione può essere integrata nel percorso ginecologico.  

IL COSTO DELL’INERZIA

Prevenire costa meno che curare, e il white paper lo quantifica. Secondo un’analisi economica italiana sottoposta a pubblicazione, l’HIV pesa sul Paese per quasi un miliardo di euro l’anno (993,96 milioni tra costi diretti e indiretti), circa 6.626 euro per ogni persona con HIV. La diagnosi tardiva aggrava il conto: nei primi anni di trattamento i costi crescono del 30-50%. E senza un rafforzamento della prevenzione, secondo le proiezioni dell’Office of Health Economics, l’Italia registrerebbe circa 3.870 nuove diagnosi tra il 2025 e il 2030, ciascuna destinata a richiedere cure per tutta la vita.

 LE RACCOMANDAZIONI

Il white paper traduce le evidenze in un’agenda su tre livelli, nazionale, regionale e locale. Tra le priorità:

  • linee guida nazionali per prescrizione e monitoraggio, sistemi di recall per le scadenze e indicatori nazionali per monitorare le disparità territoriali;
  • PrEP nei Livelli Essenziali di Assistenza, con la gratuità dell’intero percorso, comprese visite e screening delle IST;
  • riconoscimento della PrEP long-acting come intervento di prevenzione attiva nel Piano Nazionale della Prevenzione, con flussi di finanziamento stabili;
  • più centri nelle aree sotto-servite e reti integrate tra malattie infettive, consultori, medicina generale, farmacie e checkpoint comunitari;
  • test rapidi, anonimi e gratuiti per HIV, epatite C e IST in farmacie, checkpoint e unità di strada, e offerta attiva della PrEP in consultori, ambulatori ginecologici, SerD e pronto soccorso;
  • coinvolgimento strutturale del terzo settore e riconoscimento formale dell’operatore pari, figura che, condividendo esperienze con le comunità a cui si rivolge, aiuta a superare lo stigma e ad avvicinare ai servizi chi ne resta lontano;
  • formazione dei professionisti non specialisti e campagne istituzionali non stigmatizzanti, anche sul messaggio U=U («Non rilevabile = Non trasmissibile»): chi vive con HIV ed è in terapia efficace, con carica virale stabilmente non rilevabile, non trasmette il virus per via sessuale.

LA VOCE DEGLI ESPERTI

«Avere più del 60% delle nuove diagnosi in una fase ormai avanzata si traduce ancora oggi in una perdita di anni di aspettativa di vita, nonostante l’efficacia delle terapie, e in un impegno maggiore per la sanità pubblica», commenta Massimo Andreoni, Professore Emerito di Malattie Infettive presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Membro del Consiglio Superiore di Sanità (CSS). «Per questo la prevenzione resta la priorità: in Italia il test è gratuito e non richiede prescrizione, ma da solo non è sufficiente, e occorre portarlo in contesti più semplici e vicini alle persone. La prevenzione, inoltre, che riguarda anche le altre infezioni sessualmente trasmesse, va garantita in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, in accordo con le linee guida delle società scientifiche e i livelli essenziali di assistenza».

«Oggi, nonostante la rimborsabilità abbia rimosso la barriera del costo del farmaco, molte persone che potrebbero avere vantaggi dalla PrEP rimangono escluse, a causa della scarsa conoscenza, dello stigma, dei servizi poco vicini e poco inclusivi», aggiunge Massimo Farinella, Responsabile Area Sociale, ANLAIDS ETS – Associazione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS. «Il lavoro di aggancio che le associazioni già svolgono andrebbe integrato in modo strutturale nei servizi territoriali, anche con il riconoscimento della figura dell’operatore pari. Inoltre, per coloro che faticano a mantenere un rapporto continuativo con i servizi, come persone transgender, sex worker o persone senza dimora, il passaggio a somministrazioni a più lungo termine offrono un incentivo in più per l’utente, a condizione che sia offerta in servizi di prossimità e con un atteggiamento non giudicante».

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